‘Grace’ raccontato su Dance Like Shaquille O’Neal

Pubblicato su DSLO – 23/03/2017

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Un solo anno può cambiare moltissime cose nella vita di una band. Nemmeno 12 mesi fa intervistavamo i Sonic Jesus per il Rome Psych Fest: oggi invece la band laziale ha cambiato formazione e con il nuovo album Grace si è allontanata dalla psichedelia del fortunato esordio Neither Virtue Nor Anger per abbracciare territori wave e ottantiani finora inediti. Una diversa forma di oscurità, che Tiziano Veronese – unico membro originale rimasto – ci racconta traccia per traccia.

I’M IN GRACE

Nonostante sia stato il primo singolo ad uscire, sono stato in dubbio fino all’ultimo giorno se metterla nell’album. Non è un brano che amo particolarmente, avrò fatto mille prove di arrangiamento per trovare quello che riuscisse a veicolare al meglio i tanti significati che ci trovo dentro. La base ritmica mi portava a mettere sempre degli accenti, che purtroppo rimandavano ad un brano pop-mainstream! Il synth iniziale è l’unica cosa che trattiene nell’oscurità la dolce melodia del cantato, che ho cercato di lasciare il più possibile gentile, la voce è distorta, ma abbastanza ‘fuori’ dal mix perché volevo si notassero le varie sfumature ed arrivasse all’ascoltatore le stesse emozioni di quando l’ho registrata.
Anche il testo è stato complicato da terminare, Marco (Barzetti, aka Weird. – che ha curato tutti i testi a parte dove indicato) ha tirato fuori una sorta di lotta tra il bene e il male, tra una lei che insegue il protagonista, il quale trova il proprio stato di grazia in mezzo alla perfezione della Natura. Musicalmente, per me, la vera ‘grazia’ arriva nell’esplosione eterea delle chitarre.

I HOPE
Un brano di pura luce, di una leggerezza pop piena di dolcezza. Tutto è partito dal giro di basso e dalla melodia della voce, composte insieme. Poi è arrivato il pattern di batteria, uno dei più complicati da registrare, che gira come una giostra in festa. Ho faticato a trovare l’arrangiamento di chitarra giusto, finché ho pensato alle chitarre come fossero un’orchestra di viole ed ha funzionato: il risultato è estremamente morbido e corposo. Per il testo, ho dato a Marco il titolo e la linea generale: una spinta a sperare e ricercare una nuova strada e lui ha tirato fuori un mondo idilliaco, magico. Purtroppo la ‘lei’ del testo non prende minimamente in considerazione la possibilità di viverlo assieme, al punto che anche quando lei c’è lui non riesce a vederla: ‘now you’re here, but to my eyes you go away’.

MODERN MODEL
Cercavo una compagna per No Way e così è uscita Modern Model, una delle mie preferite anche se la più distante dai precedenti lavori. È praticamente la canzone più pop dell’album. Nuove sonorità, nuovi colori, un disco anni ’80 che suona oscuro accompagnato però da un giro di basso pieno di groove che ti fa danzare. Se avete una sfera a specchio, accendetela! Il testo parla di un amore disperato, c’è una lei-sirena che incanta tutti gli uomini col suo suono e un lui-Ulisse che cerca di far ritorno in una casa sicura.

SEPTEMBER 9TH
Il 9 Settembre è sbocciato l’amore, ma è finito subito! Il basso accompagna con insistenza tutta la prima parte della canzone, le chitarre entrano una dopo l’altra trascinando dentro la voce fino ad arrestare il tempo. Qui il mio amico Marco Zogno mi ha aiutato nella stesura delle chitarre, tirando fuori questo bending, perfetto perché volevo davvero qualcosa di straziante, quando io in realtà volevo solo amarla… Il testo è stato il primo scritto con Marco Barzetti e nonostante ci conoscessimo da poco, ci siamo trovati subito in sintonia. Qui si narra di questo rapporto lui/lei impossibile da far rivivere, giunto al capolinea. Da sottolineare il crescendo finale corale, direi un unicum nella produzione Sonic Jesus! La conclusione sprigiona un sentimento di universalità, per tutti quelli che si trovano o si sono trovati a soffrire, l’ultima frase poi afferma che non bisogna perdere la fede, perché è grazie al dolore se c’è un cambiamento, un concetto che condivido pienamente.

NO WAY
Tutta la scrittura dell’album è stata condizionata dalla scelta, assolutamente voluta, di utilizzare il basso come linea guida rispetto alla chitarra, che invece imperava in Neither Virtue Nor Anger.
Ho ascoltato molta new wave negli ultimi anni e non è mancata neanche l’elettronica, soprattutto Trentemøller e Moderat. Per la prima volta tentavo di sperimentare con macchine più complesse e con il tempo ci ho preso sempre più gusto e dimestichezza. Così è uscita l’idea dell’arpeggiatore in No Way. È stata la prima canzone che ho scritto, tutto il brano gira intorno al pattern arpeggiato,mentre il basso crea un vortice ipnotico, quando arriva il ritornello c’è un respiro, ma l’ora d’aria è breve perché il synth ritorna con prepotenza. Le parole sono le uniche ad opera di Marco Baldassari, quindi per me il pezzo fa veramente da ponte tra il suono dei ‘vecchi’ Sonic Jesus e dei nuovi… è il leit-motiv del disco, cercare una nuova strada che non è una strada, ovvero tenersi aperte tutte le possibilità di esplorazione e sperimentazione possibili.

SPACE HEELS
L’ho chiamata così perché ha un passo diverso dagli altri brani, lento e delicato, mi piaceva pensare a questi tacchi che non toccano terra, ma fluttuano nello spazio. Il cantato è tra quelli che più amo in questo disco, al punto che ho voluto metterlo in risalto lasciando la musica piuttosto statica e ripetitiva, come nei vecchi brani.
Il testo l’aveva cominciato Simone Russo, il batterista della precedente formazione, ma l’ha completato Marco Barzetti; parla di quanto sia importante spesso andare via, cambiare aria, trovare un nuovo sole inteso come un nuovo punto di riferimento. Chi dice senza fare, chi non dice per puro orgoglio, non raccoglie nulla. Sempre meglio cambiare e rinnovarsi.

OUTDOOR
Anche qui si sente molto la presenza di un arpeggiatore, all’inizio però quella linea era stata creata con la chitarra solo in un secondo momento ho deciso di unirla ai synth. E’ un brano con molta luce, dalle sonorità dreamy e surf, almeno questo è quello che percepivo io mentre la componevo e suonavo. Avrei tanto voluto che ci fosse il controcanto di una donna, ma purtroppo non abbiamo avuto il tempo, peccato! Il testo unisce immagini di leggerezza che rappresentano però la nostra superficialità e pochezza nei confronti dell’universo. Quando esci fuori c’è una bellezza e vastità tale da farti sentire paradossalmente molto solo nel mondo.

FUNERAL PARTY
Devo essere sincero, non ricordo la composizione di questo brano, è venuta talmente di getto ed è stata registrata all’istante. Questo è uno dei pochi brani dove la chitarra richiama l’attenzione con un riff malato, creando molta tensione. La batteria segue gli accenti del basso, creando un groove martellante, quasi estenuante. La prima volta che Casper (Fuzz Club) l’ha ascoltata, l’ha definita ‘stressful’. Il titolo è ironico, dal momento che il protagonista del testo sta malissimo, è depresso, sempre allettato, rifiuta di combattere e di cercare soluzioni, in un tempo che lo frust(r)a continuamente.

STARS
Durante la scrittura del disco è venuto a mancare David Bowie, per me un vero mito.
Ci lascia con un’opera a parer mio unica e troppo avanti con i tempi, l’ho ascoltata talmente tanto da non riuscire ancora a staccarmi da quelle sonorità. Per questo mi è venuto naturale improntare un brano con la batteria jungle e un coro dark, un synth (il fantastico Solina) che ti lascia sospeso per tutto il tempo. Anche qui non mancano gli arpeggiatori, ma sono praticamente assenti le chitarre. Le parole scritte da Marco partono da un’immagine che gli ho suggerito, dove immaginavo dei trampolieri spaziali, altissimi, in grado di accendere le stelle.

FADING LIGHTS
Era più di un anno che giocavo con questo giro di basso, ma nulla è stato convincente fino all’arrivo di uno dei groove di batteria che mi ha dato più problemi in tutto il disco. I continui colpi in sedicesimi ti spingono in uno stato di frenesia, i synth pure non aiutano creando ancora più tensione, ma poi tutto si ferma e risolve nel ritornello che contiene una delle aperture che più preferisco, anche se forse amavo più la registrazione fatta nella bozza. Il testo di Marco raccoglie un insieme di immagini astratte, occhi-luci-ripetizioni, che riprende la geometria strutturale della canzone, immergendola in una nebbia notturna.

di Livio Ghilardi